| E' ben difficile, o forse inutile, puntando la macchina fotografica e premendo il pulsante dello scatto, ottenere immagini totalmente vuote o quasi.
Rossella è affascinata dal vuoto, dal bianco. e aggiungo sensibile sicuramente alle produzioni pittoriche tra anni sessanta e settanta del secolo scorso, alle grandi tele acromiche e, quindi, bianche del tutto.
Potrebbe essere questo il punto di partenza, la scintilla della ricerca della nostra fotografa, punto di partenza comunque di una ricerca astratta. Astratta?
Per risolvere il problema concettuale Rossella si mette in una posizione irreprensibile: indica il suo lavoro con il nome abbaglio.
Abbagliare, significa, a guardare il vocabolario della lingua italiana (Zingarelli), "turbare o alterare temporaneamente la vista per luce troppo intensa..).
E' dunque Φωѕ, la luce che Rossella vuole fotografare. In greco antico c'è una curiosa omonimia la luce è φώς, φωτơς, la luce dunque è pure il genere umano e quindi anche l'uomo .
Rossella probabilmente d'istinto ha captato e penetrato questa omonimia, perciò fotografando la luce, fotografa anche l'essere vivente. La sua luce è abbagliante e dunque non permette una visione completa delle figure che in quel preciso momento e luogo abitano l'abbaglio.
La fotografia di Rossella può quindi considerarsi figurativa, ma di una figuratività non clemente, non pietosa.
L'abbaglio divora e smembra le figura ivi imprigionate. Le disintegra, ne minaccia addirittura la riconoscibilità, ombre vane, e per di più difficilmente identificabili: un contorno leggerissimo è una testa, un'ombra sfumata la traccia di un membro, un braccio appena indovinabile..
Tanta crudeltà per che cosa: ma evidentemente a sostenere l'abbaglio, a far si che non svanisca in una pagina completamente vuota. Rossella opera per di più una robusta virata, utile ad evitare il binomio figurativo-astratto.
Torna inoltre al bianco da lei amato, di cui abbiamo intravisto le probabili origini.
Così le sue immagini ǻργaί, bianche e brillanti, splendono silenti.
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