Passanti
Nel linguaggio fotografico la luce ha un ruolo fondamentale.
Ed è il sole la miglior fonte luminosa in termini di qualità e di espressività, sia per la fotografia su pellicola - in bianco e nero o a colori - che per quella digitale.
Variabile durante le ore del giorno e a seconda della situazione atmosferica, sta al fotografo saperla e volerla utilizzare secondo i propri fini.
Con una vecchia automatica, con l’obiettivo rivolto al sole e attraverso lunghi tempi di posa Rossella Bellusci sceglie un momento, un effetto particolare della visione, che ferma attraverso lo scatto.
Dello sguardo abbagliato quel che resta sono volti, figure impresse nella retina.
Non c’è descrizione ma suggestione.
Non c’è ambiente ma sensazione atmosferica.
Luce e sole, mezzi della sua ricerca espressiva diventano anche soggetti, elementi assurti a simbolo di una condizione interiore che ci accomuna.
E’ quella del nostro essere di passaggio. Del nostro transitare ogni giorno dal sonno alla veglia, dal buio alla luce.
Così i personaggi, i passanti di Bellusci, trasformati dalla luce, sembrano far parte di una dimensione metafisica.
E i segni minimi presenti sulle accurate stampe, diventano capaci di evocare immagini della memoria.
Come nei versi di Montale “tendono alla chiarità le cose oscure; si esauriscono i corpi in un fluire di tinte: queste in musiche. Svanire è dunque la ventura delle venture”.
Angelandreina Rorro
Curatore per l'arte contemporanea
Galleria nazionale d'arte moderna
Per Rossella Bellusci
E' ben difficile, o forse inutile, puntando la macchina fotografica e premendo il pulsante dello scatto, ottenere immagini totalmente vuote o quasi.
Rossella è affascinata dal vuoto, dal bianco. e aggiungo sensibile sicuramente alle produzioni pittoriche tra anni sessanta e settanta del secolo scorso, alle grandi tele acromiche e, quindi, bianche del tutto.
Potrebbe essere questo il punto di partenza, la scintilla della ricerca della nostra fotografa, punto di partenza comunque di una ricerca astratta. Astratta?
Per risolvere il problema concettuale Rossella si mette in una posizione irreprensibile: indica il suo lavoro con il nome abbaglio.
Abbagliare, significa, a guardare il vocabolario della lingua italiana (Zingarelli), "turbare o alterare temporaneamente la vista per luce troppo intensa..).
E' dunque Φωѕ, la luce che Rossella vuole fotografare. In greco antico c'è una curiosa omonimia la luce è φώς, φωτơς, la luce dunque è pure il genere umano e quindi anche l'uomo .
Rossella probabilmente d'istinto ha captato e penetrato questa omonimia, perciò fotografando la luce, fotografa anche l'essere vivente. La sua luce è abbagliante e dunque non permette una visione completa delle figure che in quel preciso momento e luogo abitano l'abbaglio.
La fotografia di Rossella può quindi considerarsi figurativa, ma di una figuratività non clemente, non pietosa.
L'abbaglio divora e smembra le figura ivi imprigionate. Le disintegra, ne minaccia addirittura la riconoscibilità, ombre vane, e per di più difficilmente identificabili: un contorno leggerissimo è una testa, un'ombra sfumata la traccia di un membro, un braccio appena indovinabile..
Tanta crudeltà per che cosa: ma evidentemente a sostenere l'abbaglio, a far si che non svanisca in una pagina completamente vuota. Rossella opera per di più una robusta virata, utile ad evitare il binomio figurativo-astratto.
Torna inoltre al bianco da lei amato, di cui abbiamo intravisto le probabili origini.
Così le sue immagini ǻργaί, bianche e brillanti, splendono silenti. |